mercoledì 28 agosto 2013

Una marcia lunga 50 anni

"March on Washington for Jobs and Freedom"
(28.08.1963 - 28.08.2013)


La mattina del 28 agosto 1963, almeno 200 mila persone si radunarono a Washington per partecipare ad una delle più grandi marce politiche che gli Stati Uniti avessero mai visto. Ad organizzarla erano stati i sei leader delle principali organizzazioni per la lotta per i diritti civili, tra cui Martin Luther King Jr., pastore protestante e attivista politico che allora aveva 34 anni. Al culmine della marcia King rivolse alla folla un lungo discorso scandito dalla ripetizione di una frase che poi sarebbe entrata nella storia e nella cultura popolare di tutto il mondo: «I have a dream». La data della marcia era stata scelta in coincidenza col centenario dell’approvazione del Proclama di Emancipazione, che sanciva la liberazione di tutti gli schiavi nei territori confederati. Quell’anno la rivista Time avrebbe scelto Martin Luther King come personaggio dell’anno e nel 1964 il leader ottenne il Premio Nobel per la Pace. Aveva appena 35 anni, fu l’uomo più giovane a ricevere questo riconoscimento. Martin Luther King tenne il suo ultimo discorso a Memphis nel 1968, il giorno prima di essere assassinato da James Earl Ray, un razzista che gli sparò con un fucile di precisione alla testa mentre King si trovava sul balcone della stanza di un motel. Il nome completo della manifestazione era “Marcia su Washington per il lavoro e la libertà”. Non era la prima marcia che veniva organizzata dal movimento per i diritti civili, soltanto negli ultimi mesi c’erano state 1.340 manifestazioni in più di 200 città, ma era la più ambiziosa. All’epoca in diversi stati del sud degli Stati Uniti era ancora in vigore la segregazione razziale, mantenuta in piedi dalle cosiddette "leggi Jim Crow". Uno degli obiettivi della marcia era proprio appoggiare l’approvazione di una legge che avrebbe impedito ogni forma di segregazione. Secondo molti, tra cui l’amministrazione del presidente Kennedy, nell’estate del 1963 la questione razziale era pronta a tramutarsi in una vera rivoluzione. Molte delle centinaia di manifestazioni organizzate dal movimento per i diritti civili erano state pacifiche, ma molte altre erano diventate scontri e vere proprie rivolte. Inoltre, accanto al movimento pacifico capeggiato da King e dagli altri leader, c’erano gruppi che avevano esplicitamente rinunciato alla nonviolenza per portare avanti la battaglia per l’equità dei diritti. Questa situazione portò spesso le autorità di polizia, i politici più conservatori e molti cittadini americani a ritenere che il movimento per i diritti civili e le manifestazioni violente fossero inevitabilmente la stessa cosa. Quando venne annunciata una manifestazione a Washington si diffuse una gran paura. Alcuni politici dissero che la capitale non aveva corso un rischio così grande da quando era stata minacciata dall’esercito del Generale Lee durante la Guerra di Secessione. Televisioni e giornali diffusero molti allarmi contro quello che sarebbe potuto accadere durante la marcia, evocando disordini, scontri e saccheggi. Molti abitanti di Washington condividevano le paure. Nelle prime ore del mattino del 28 agosto, a parte i manifestanti che si stavano radunando intorno al Washington Monument, la città appariva deserta. Gli uffici federali erano stati chiusi e gli impiegati invitati a restare in casa. Molti altri avevano preso un giorno di ferie dal lavoro e avevano lasciato la città. In centro, i negozi erano chiusi e i marciapiedi vuoti. La vendita di alcolici era stata proibita in tutta Washington per 24 ore: era la prima volta dai tempi del proibizionismo. In previsione degli scontri erano stati schierati in città quasi seimila poliziotti, rinforzati da duemila uomini della guardia nazionale e da diverse migliaia di soldati tenuti di riserva e pronti a intervenire. Uomini dell’FBI e dei servizi segreti erano posizionati sulla cima del Lincoln Memorial per controllare la manifestazione dall’alto mentre più di 150 infiltrati erano stati inviati in mezzo ai manifestanti che si stavano radunando. Nei giorni precedenti tutte le attività di sorveglianza dei leader del movimento erano state intensificate – anche il telefono di King era sotto controllo. A quasi tutti gli ufficiali di polizia locale del paese era stato chiesto di comunicare quante persone sarebbero arrivate a Washington dalla loro comunità e quanti di loro fossero comunisti. Nelle carceri più vicine alla capitale erano stati liberati centinaia di posti in previsione di una grande quantità di arresti mentre gli ospedali si erano preparati a gestire i feriti rimandando le operazioni chirurgiche programmate meno urgenti. Anche i leader del movimento dei diritti civili erano preoccupati dalla possibilità che ci fossero disordini e avevano preso alcune precauzioni. Centinaia di volontari, soprattutto poliziotti e vigili del fuoco in licenza, erano stati incaricati di compiere il servizio d’ordine per la manifestazione e di proteggere i leader del movimento.  La mattina del 28 agosto arrivarono a Washington migliaia di persone. Una decina di treni speciali e 21 voli charter erano stati organizzati per portare i manifestanti a in città, mentre treni e aerei regolari erano già stati riempiti al massimo delle loro capacità. Alle otto di mattina la polizia segnalava che ogni ora entravano a Washington 450 bus. In tutto durante la giornata ne sarebbero arrivati più di 2.000 insieme a migliaia di automobili. Il luogo del raduno era stato fissato intorno al Washington Monument, l’obelisco alto 169 metri al centro della città. La marcia avrebbe dovuto percorrere circa metà del National Mall, il parco monumentale che collega Capitol Hill, dove ha sede il Congresso degli Stati Uniti, con il Lincoln Memorial. Il percorso era lungo un chilometro e la marcia sarebbe terminata davanti al monumento dedicato a Lincoln, dove i leader del movimento avrebbero tenuto un comizio. All’ora prevista per l’inizio della manifestazione i dieci principali leader del movimento erano ancora in riunione con alcuni membri del congresso. E senza che nessuno avesse dato l’ordine, il corteo cominciò a muoversi lentamente verso il Lincoln Memorial, con Joan Baez e Bob Dylan che cantavano in testa alla manifestazione. Quando al Congresso arrivò la notizia che la manifestazione aveva cominciato a muoversi senza di loro, i leader del movimento si affrettarono a raggiungere la testa della manifestazione. Fu l’unico impiccio di tutta la giornata. La folla si radunò ordinatamente intorno al Lincoln Memorial per ascoltare gli interventi dei leader del movimento. Il comizio cominciò con l’inno americano, eseguito dalla famosa cantante gospel Marian Anderson. Parlarono i vari oratori, interrotti da alcuni momenti di preghiera. Cantarono anche Bob Dylan, Joan Baez e Mahalia Jackson. L’ultimo a parlare fu Martin Luther King. Il suo discorso, quello in cui pronunciò le famose parole «I have a dream» e che divenne uno dei più celebri della storia, fu il momento culminante della manifestazione. Ma il Washington Post, che naturalmente più di ogni altro giornale americano si è molto dedicato in questi giorni al cinquantenario, ha raccontato anche in una severa autocritica di come allora “bucò” incredibilmente il valore di quel discorso, non citandolo in nessuno dei suoi molti articoli e ignorando Martin Luther King, concentrandosi soprattutto sull’andamento pratico della giornata. Gli oratori scesero dal palco e la folla cominciò a disperdersi. Non c’era stato nemmeno un incidente e durante tutta la giornata soltanto tre persone, tutti bianchi, vennero arrestate.
(www.ilpost.it)

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